Quei favolosi miradouros e anni ’60

Qualche settimana prima che il mio futuro ex coinquilino lasciasse la città decidemmo di organizzare una despedida, un festa di addio. C’eravamo dati appuntamento alle sette di sera in uno dei diciannove miradouros ufficiali, uno dei terrazzi più popolari e conosciuti della città e uno dei tanti punti panoramici dove si osservavano il Ponte 25 de Abril che attraversava il Tejo da una sponda all’altra e il Cristo Rei, statua che si ergeva dall’altra parte del fiume. Arrivai con Marco con mezz’ora abbondante di ritardo. João e Daniela erano già lì, Cecília invece non si presentò, ci inviò dopo qualche ora un messaggio per farci sapere che non si sentiva molto bene. Il miradouro di Santa Caterina era chiamato da chi lo frequentava anche l’Adamastor: il soprannome era dovuto alla presenza di una statua collocata al centro di questa splendida terrazza vista Tejo, raffigurante un gigante basato sulla mitologia greca, creatura inventata dalla fantasia di Luís de Camões nel poema epico Os Lusíadas, l’Adamastor, appunto. Continua a leggere “Quei favolosi miradouros e anni ’60”

Aeroporto

Atterrati già da diversi minuti, finalmente scendevo insieme agli altri passeggeri dall’aereo, il sole mi accecò, splendente, scintillante, come sempre. Non vedevo l’ora di bermi un caffè, anzi um café, al primo Quiosque che avrei incontrato appena fuori dall’aeroporto, li chiamavano così e in questo modo i bar qui e a me piaceva. Come mi piaceva il café e poi a seguire avrei acceso il mio il cigarro, la sigaretta, vizio irriducibile, come feci prima di andarmene, volevo celebrare il mio ritorno alla stessa maniera di come me ne ero andato via. Anni prima, durante i primi tre mesi di lockdown in Italia ero riuscito a smettere di fumare per un breve periodo, “ma come cazzo ti è venuto in mente?”, mi urlò al telefono ad aprile la mia amica Daniela. Fumatrice incallita, l’avevo contattata per dirle che a ottobre sarei finalmente tornato per fermarmi in città una decina di giorni; ebbe l’urgenza di  raccontarmi la crisi con João, la loro relazione era giunta ormai al capolinea, naufragata dopo pochi anni di matrimonio. Continua a leggere “Aeroporto”

Dall’altra parte del mondo

Era considerata la nuova mecca della felicità, ci andavano a vivere sempre più persone, italiani compresi, residenti da tempo a Lisbona, stufi e frustrati dalla capitale lusitana, diventata impossibile negli ultimi anni per chi non guadagnava abbastanza a causa dei continui rincari degli affitti, oramai eccessivi e folli. Il nuovo rifugio si trovava ora dall’altra parte del fiume, l’altra sponda del Tejo la si raggiungeva passando per il Ponte 25 de Abril, in macchina, in bus, oppure salpando sul cacilheiro dalla stazione fluviale di Cais do Sodré, ogni dieci minuti era possibile salire su un’imbarcazione con destinazione Cacilhas, quartiere di Almada, un quarto d’ora scarso di navigazione e si arrivava in questo splendido porticciolo, delimitato a nord dal fiume e a ovest dall’Oceano Atlantico.

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Pura Poesia

Al sesto squillo del campanello ci affacciammo alla finestra del salotto, dal terzo piano vedevamo con facilità chi fosse in strada davanti al portone del palazzo, centottanta secondi dopo era in casa nostra a fumarne una, la rullò in tempi record, “fa troppo ridere come le chiamano qui, galinhas, vi rendete conto? Galinhas!”, e a raccontarci che non era andato a Milano da suoi genitori perché non ne aveva avuto voglia, non era in buoni rapporti con loro. Questa era una parte di verità, l’altra è che si ritrovava sempre a corto di denaro, il suo stipendio, poco meno di mille euro mensili che percepiva come i suoi colleghi italiani assunti in uno dei tanti call center presenti in città, lo sperperava in divertimenti e vizi vari e l’acquisto di un biglietto low cost andata e ritorno non rientrava tra le sue priorità.

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