Aeroporto

Atterrati già da diversi minuti, finalmente scendevo insieme agli altri passeggeri dall’aereo, il sole mi accecò, splendente, scintillante, come sempre. Non vedevo l’ora di bermi un caffè, anzi um café, al primo Quiosque che avrei incontrato appena fuori dall’aeroporto, li chiamavano così e in questo modo i bar qui e a me piaceva. Come mi piaceva il café e poi a seguire avrei acceso il mio il cigarro, la sigaretta, vizio irriducibile, come feci prima di andarmene, volevo celebrare il mio ritorno alla stessa maniera di come me ne ero andato via. Anni prima, durante i primi tre mesi di lockdown in Italia ero riuscito a smettere di fumare per un breve periodo, “ma come cazzo ti è venuto in mente?”, mi urlò al telefono ad aprile la mia amica Daniela. Fumatrice incallita, l’avevo contattata per dirle che a ottobre sarei finalmente tornato per fermarmi in città una decina di giorni; ebbe l’urgenza di  raccontarmi la crisi con João, la loro relazione era giunta ormai al capolinea, naufragata dopo pochi anni di matrimonio. Oggi era il 3 ottobre, esattamente tre anni dopo ero nuovamente qui, non era scontato, doveva sorgere un altro aeroporto in città, anzi fuori città, dall’altra parte del fiume, destinato ai voli low cost e continentali. Le crisi pandemiche, economiche e sociali, possono modificare il destino di un’opera infrastrutturale e così mi ritrovavo tre anni dopo nello stesso posto a bere un café, bruciandomi la gola, perché in questa città, come in tutta la nazione, il caffè lo servivano lunghissimo e bollente. Di un nuovo aeroporto se ne cominciò a parlare nel 2018, perché quello attuale non reggeva più in quel periodo i flussi di un turismo di massa sempre più invasivo, ce ne voleva un altro, si era già indicato un luogo dove farlo sorgere. Si misero di traverso associazioni ambientaliste, sostenevano che non potesse nascere in quel territorio, fu un tira e molla tra varie istituzioni, tra chi valutava troppo forte l’impatto ambientale e chi aveva importanti interessi economici in ballo. Poi nei primi mesi del 2020 il turismo frenò bruscamente in tutto il mondo e non se ne fece più niente. “Non vogliamo e non possiamo certamente ignorare la pandemia, questa però non elimina la necessità di aumentare la capacità aeroportuale, perché ci aspettiamo una ripresa entro pochi anni, sfruttiamo la situazione per considerare al meglio dove far sorgere il nuovo aeroporto”, affermò il ministro delle infrastrutture dell’epoca. Si arrivò a tergiversare rispetto all’inizio dei lavori, “la ripresa del settore non arriverà prima del 2023-2024, l’importante è arrivare pronti per quel momento”, disse il primo ministro. Poi ci furono le elezioni e il governò cambiò colore politico, i lavori non partirono più e io potevo ancora oggi, dirigermi alla terza uscita, quella tutta a destra, appena fuori dal vecchio e unico aeroporto ancora esistente, dove c’era sempre il mio Quiosque preferito ad aspettarmi. Appena terminato di bere il café, accesi il mio cigarro di tabacco, rollato preventivamente durante il viaggio in aereo, davanti a me vedevo l’entrata della metro, l’avrei presa tra pochi minuti, tre fermate fino a Oriente, poi una volta sceso mi sarei messo ad aspettare il primo treno disponibile con destinazione Santa Apolónia. Erano le tre di pomeriggio e tre anni dopo osservavo nuovamente questo cielo, immenso, era di un blu sempre intenso e già mi immaginavo di rivedere durante il tramonto i riflessi solari e luminosi sul fiume della città e che ti rapivano gli occhi ogni volta che provavi a guardarli. Sarebbe successo tra poche ore. M’inebriava pensare di tornare a passeggiare per i vicoli stretti del quartiere dove avevo vissuto diverso tempo, anni bellissimi e insostenibili, dopo un café e con il cigarro appena acceso. Mi aspettavano dieci giorni di questa luce che solo in questo Paese si poteva incontrare, arrivava dall’oceano, da lontano, poliedrica, cangiante, unica. Nemmeno mezz’ora dopo giunsi a destinazione, con il nuovo aeroporto ci sarebbe voluto come minimo un’ora. Mi rollai un nuovo cigarro e l’accesi. E mandai a fare in culo il nuovo aeroporto nella speranza che non sarebbe mai sorto.

Pubblicato su Il Pickwick (26/04/2021)

Dall’altra parte del mondo

Era considerata la nuova mecca della felicità, ci andavano a vivere sempre più persone, italiani compresi, residenti da tempo a Lisbona, stufi e frustrati dalla capitale lusitana, diventata impossibile negli ultimi anni per chi non guadagnava abbastanza a causa dei continui rincari degli affitti, oramai eccessivi e folli. Il nuovo rifugio si trovava ora dall’altra parte del fiume, l’altra sponda del Tejo la si raggiungeva passando per il Ponte 25 de Abril, in macchina, in bus, oppure salpando sul cacilheiro dalla stazione fluviale di Cais do Sodré, ogni dieci minuti era possibile salire su un’imbarcazione con destinazione Cacilhas, quartiere di Almada, un quarto d’ora scarso di navigazione e si arrivava in questo splendido porticciolo, delimitato a nord dal fiume e a ovest dall’Oceano Atlantico.

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Pura Poesia

Al sesto squillo del campanello ci affacciammo alla finestra del salotto, dal terzo piano vedevamo con facilità chi fosse in strada davanti al portone del palazzo, centottanta secondi dopo era in casa nostra a fumarne una, la rullò in tempi record, “fa troppo ridere come le chiamano qui, galinhas, vi rendete conto? Galinhas!”, e a raccontarci che non era andato a Milano da suoi genitori perché non ne aveva avuto voglia, non era in buoni rapporti con loro. Questa era una parte di verità, l’altra è che si ritrovava sempre a corto di denaro, il suo stipendio, poco meno di mille euro mensili che percepiva come i suoi colleghi italiani assunti in uno dei tanti call center presenti in città, lo sperperava in divertimenti e vizi vari e l’acquisto di un biglietto low cost andata e ritorno non rientrava tra le sue priorità.

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