Cultura e resistenza basca: Bernardo Atxaga

È considerato il maggior scrittore basco vivente e ha vinto numerosi premi, come ad esempio il Grinzane Cavour e il Mondello, nel 2019 gli è stato conferito il Premio Nazionale delle lettere dal Ministero della Cultura Spagnola; Bernardo Atxaga, alla fine del 2020 è tornato sulle librerie italiane con Obabakoak a quasi trent’anni dalla prima edizione italiana edita da Einaudi. Pubblicato in una nuova veste grafica e con una traduzione aggiornata, Obabakoak, oltre a essere impreziosito da una nota di Sonia Piloto Di Castri (ha curato la prima traduzione per Einaudi e la revisione per la nuova edizione edita da 21lettere) vede al suo interno anche una riflessione finale dello scrittore sulla tradizione culturale basca. Abbiamo intervistato Bernardo Atxaga per il Pickwick, grazie alla disponibilità dello stesso autore e di 21lettere, giovane casa editrice indipendente di Modena.

Dopo la nuova pubblicazione di Obabakok, si è parlato e si è scritto nuovamente del suo libro e di lei sulle riviste e sui giornali culturali in Italia, oltre a farle piacere, immagino, se l’aspettava e/o se l’augurava?

C’è stato un primo segnale, un presagio, quando il gruppo Nuovo Teatro Sanità di Napoli ha deciso di portare in scena uno spettacolo tratto da un mio romanzo breve, Bi anai. Fu una sorpresa e, inoltre, una felice coincidenza, perché avevo avuto un rapporto speciale con Napoli. Per fare un esempio, ho tradotto in basco uno dei brani di Io speriamo che me la cavo, in cui un ragazzino di un paese periferico, Arzano, parla dei suoi personaggi storici preferiti, il più amato di tutti è Benito, “il pastore che dorme sempre”. Più tardi, un mio amico, il cantante Jabier Muguruza, fece una canzone su questo tema. Dopo lo spettacolo, è arrivata la proposta di pubblicare di nuovo Obabakoak. Non me l’aspettavo, sono in debito con 21Lettere. A Bilbao c’è un negozio chiamato El almacén de los libros olvidados (Il magazzino dei libri dimenticati). Se ci fossero davvero tutti i libri dimenticati, il magazzino sarebbe più grande della Sicilia. Quando una di queste opere ritorna al mondo, tutti gli aspiranti al Parnaso, e anche quelli che sono già lì, chiedono: “È uno dei miei?” Beh, questa volta è stato uno dei miei, Obabakoak.

In chiusura del suo libro, si parla del gioco dell’oca e dello scrittore che nasce senza un bagaglio letterario, perché la dittatura franchista ha bruciato quasi tutti i libri in lingua basca. E allora la tradizione va cercata altrove, le origini diventano i romanzi di Melville e Kafka, davvero questo può salvare la conoscenza e lo sviluppo continuo del linguaggio?

Dobbiamo fare attenzione alla questione della tradizione. Nessuno è al di fuori di essa, così come nessuno è al di fuori della cultura. È impossibile, sarebbe come essere fuori dal mondo, senza aria. Sono nato a mille e duecento chilometri dall’Italia, ma condivido con gli italiani tutto ciò che si è diffuso con il cristianesimo per venti secoli, ed è per questo che capisco bene cosa intende il ragazzo di Arzano quando parla di una delle figure del presepe. So cos’è un presepe, c’erano presepi nelle nostre case a Natale e in chiesa. Vi dirò di più: lo stemma della mia città natale, Asteasu, nelle montagne della provincia di Guipúzcoa, è lo stesso di quello del Vaticano, le tre spade e il serpente, l’anagramma di Gesù. Per la stessa ragione, essendo stato educato nella tradizione cristiana, posso capire Dante, e citarlo, per esempio, in una poesia il cui tema è la contraddizione in cui è immerso un amante per la sua passione per la pizza: «La incontravo di tanto in tanto, come accadde, diciamo, a Dante con Beatrice, sul ponte vecchio, a Firenze, secondo il quadro, e pensavo Oh, Dio! Devo dimagrire, devo perdere dodici, tredici o quattordici chili, e stare bene, dimagrire, perché sono innamorato e perché, in generale, le donne non vogliono niente dagli uomini grassi, di cento chili o più…». Il quadro a cui mi riferisco è quello di un pittore preraffaellita che prese come tema l’incontro narrato nella Vita Nuova. In breve, quello che voglio dire è che, in primo luogo, “tradizione” è sinonimo di cultura in generale, e che ci riguarda tutti, ci siamo tutti dentro. Naturalmente, si può anche parlare di tradizione in senso stretto. Corrisponderebbe all’apprendimento di un mestiere. Il viticoltore deve imparare a curare un vigneto e a fare il vino. Il muratore deve imparare a maneggiare i suoi attrezzi. Allo stesso modo lo scrittore, tenendo presente che il suo strumento è forse il più difficile da usare, la lingua. Infine, per rispondere alla sua domanda, le dico che non è stato facile imparare l’Euskera, il basco, perché la biblioteca basca era piuttosto scarsa e perché, a peggiorare le cose, la dittatura del generale Franco proibiva l’uso pubblico della lingua quasi ovunque, soprattutto nelle scuole. Così, finché non sono arrivato a Bilbao e ho iniziato a frequentare i corsi serali di alfabetizzazione, non sapevo scrivere, non avevo mai visto un dizionario o una grammatica della mia lingua madre. Ricordo che l’insegnante che ci insegnava scrisse sulla lavagna “egin dut”. Gli chiesi cosa significasse e lui mi guardò sorpreso, perché era qualcosa di molto semplice. Significa “ho fatto”. Quando me l’ha spiegato, ho detto: “Ah, in det”. Nel mio dialetto dicevo “in det”, e non sapevo che la forma usuale era “egin dut”.

Cosa significa oggi essere baschi, politicamente, culturalmente e linguisticamente?

Se potessimo avere una visione d’insieme di ciò che è successo nei Paesi Baschi negli ultimi cento anni, osserveremmo subito che c’è stata una prima tremenda rottura dopo il trionfo fascista del 1936, e che la frattura si è aggravata durante il lungo periodo post-bellico. Quel periodo ha lasciato il paese politicamente e culturalmente devastato. Faccio un esempio: ho studiato Economia a Bilbao, ma la mia laurea dice che l’ho ottenuta all’Università di Valladolid, l’attuale capitale della Castiglia. Bilbao, perché si trovava in Bizkaia, una provincia che aveva combattuto a favore della Repubblica fu definita “traditrice” dai fascisti, e quindi, nonostante il suo grande peso economico, non aveva diritto a un’università pubblica. Quella prima rottura fu seguita, venticinque o trent’anni dopo, verso il 1965, da una seconda rottura di segno opposto, e fu a partire da quel momento che tutto il basco cominciò a cambiare e a trasformarsi, per diventare quello che è ora. Si potrebbe seguire la traccia di questo cambiamento analizzando cosa ha significato la nascita dell’ETA o, in un altro ordine, la messa in moto del basco letterario comune, Euskera Batua; si potrebbe anche guardare da vicino cosa è successo al pio cattolicesimo dei baschi, che ha cessato di essere così pio. La storia è troppo lunga da riassumere. Vi dirò che i Paesi Baschi sono oggi un posto buono o cattivo come qualsiasi altro in Europa e la situazione della lingua storica dei baschi, l’Euskera, è cambiata in meglio. In questo momento, nella stessa facoltà dove ho studiato, molte lezioni di economia sono tenute in basco, inoltre ci sono scrittori baschi tradotti in italiano, e traduttori che traducono Sciascia e molti altri autori italiani nella nostra lingua.

Se è vero che i racconti belli sono già stati tutti scritti, ed è altrettanto vero che ce ne saranno sempre di nuovi, come è la situazione attuale rispetto alle opere in lingua heuskera e qual è il futuro della lingua basca nello spazio letterario dei prossimi decenni?

Si continuerà a scrivere in molte lingue, almeno in due o trecento delle quattro o cinquemila che si parlano nel mondo. Per quanto riguarda il basco, e senza voler essere un profeta, non credo che la situazione cambierà a breve termine. Circa duemila titoli continueranno ad essere pubblicati ogni anno, come adesso. La tiratura media dei romanzi sarà di circa mille copie, e ci saranno titoli che, eccezionalmente, raggiungeranno le ventimila. Quello che non posso sapere è se quello che scriviamo offrirà ai lettori quello che il dottor Johnson chiedeva alla letteratura, conforto o gioia, o entrambi. Lo spero, ho una certa fiducia in questo. Tantomeno posso sapere cosa succederà nei prossimi decenni. Con il futuro è come con il cielo: nessuno è mai venuto da lì, non ci sono notizie.

Pubblicato su Il Pickwick (07/04/2021)

La vita “normale” in Portogallo: Dulce Maria Cardoso

Cascais dista circa una trentina di chilometri da Lisbona ed è situata sulla costa atlantica, fino a prima dell’inizio della pandemia, era uno dei luoghi più cosmopoliti e turistici del Portogallo, tuttavia ha sempre avuto una storia importante fin da quando il re D. Luís I scelse la baia come residenza estiva, alla fine del XIX secolo. In uno splendido e solare pomeriggio, qui il clima è mite e senza precipitazioni per buona parte dell’anno, abbiamo incontrato e intervistato la scrittrice portoghese Dulce Maria Cardoso, proprio a Cascais, città dove vive attualmente. Nata in Portogallo nel 1964, ha trascorso parte della sua infanzia in Angola (lei e la sua famiglia sono dei retornados, nome dato ai cittadini portoghesi che dovettero tornare in patria dopo l’indipendenza delle ex colonie africane) il suo ultimo romanzo, è uscito in Italia alla fine dello scorso luglio, Eliete. La vita normale (tradotto da Daniele Petruccioli ed edito da Voland).

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Dall’altra parte del mondo

Era considerata la nuova mecca della felicità, ci andavano a vivere sempre più persone, italiani compresi, residenti da tempo a Lisbona, stufi e frustrati dalla capitale lusitana, diventata impossibile negli ultimi anni per chi non guadagnava abbastanza a causa dei continui rincari degli affitti, oramai eccessivi e folli. Il nuovo rifugio si trovava ora dall’altra parte del fiume, l’altra sponda del Tejo la si raggiungeva passando per il Ponte 25 de Abril, in macchina, in bus, oppure salpando sul cacilheiro dalla stazione fluviale di Cais do Sodré, ogni dieci minuti era possibile salire su un’imbarcazione con destinazione Cacilhas, quartiere di Almada, un quarto d’ora scarso di navigazione e si arrivava in questo splendido porticciolo, delimitato a nord dal fiume e a ovest dall’Oceano Atlantico.

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Pura Poesia

Al sesto squillo del campanello ci affacciammo alla finestra del salotto, dal terzo piano vedevamo con facilità chi fosse in strada davanti al portone del palazzo, centottanta secondi dopo era in casa nostra a fumarne una, la rullò in tempi record, “fa troppo ridere come le chiamano qui, galinhas, vi rendete conto? Galinhas!”, e a raccontarci che non era andato a Milano da suoi genitori perché non ne aveva avuto voglia, non era in buoni rapporti con loro. Questa era una parte di verità, l’altra è che si ritrovava sempre a corto di denaro, il suo stipendio, poco meno di mille euro mensili che percepiva come i suoi colleghi italiani assunti in uno dei tanti call center presenti in città, lo sperperava in divertimenti e vizi vari e l’acquisto di un biglietto low cost andata e ritorno non rientrava tra le sue priorità.

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Pésimo servicio, l’arte ribelle di Valparaíso

«L’idea di affittare uno spazio comune e di lavorare insieme era nata già prima che cominciassero le proteste, quando è cominciato l’Estallido Social, ci siamo detti: aspettiamo che la situazione si calmi e formiamo una cooperativa o iniziamo subito come collettivo e poi si vedrà in futuro cosa diventare?» Siamo partiti e ci siamo ritrovati immediatamente parte integrante delle manifestazioni». Iñaki de Rementería, insieme a Camila Fuenzalida, Pablo Suazo, Danila Ilabaca, Rodolfo Muñoz, Paula López e Gabriel Vilches hanno così dato vita a Pésimo Servicio.

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