40 anni dopo torna in Portogallo, la storia del fotografo toscano Stefano Pacini

La prima volta fu nel 1975, la seconda quasi quarant’anni dopo, nel 2014. Stefano Pacini, fotografo toscano, ha fotografato la rivoluzione dei garofani in Portogallo, il movimento rivoluzionario e creativo degli anni ’70, le strade di Genova 2001, i campi Rom e la distruzione bellica della ex Jugoslavia. La sua opera fotografica è stata esposta a Cuba, in Bosnia e in Portogallo. Il suo ultimo libro è Noi sogniamo il mondo. Abbiamo incontrato e intervistato Stefano Pacini.

A revolução está na rua è una mostra itinerante delle tue foto che dallo scorso anno, dopo l’esordio a Lisbona, ancora oggi gira per diverse città del Portogallo.

Sono rimasto piacevolmente colpito, anche perché forse abituato all’andazzo italico: nessuna cura della memoria storica, provincialismo, nepotismo, favoritismi, conventicole varie autoreferenziali, cialtroneria nella gestione degli spazi pubblici, fotografia intesa solamente come business spettacolare senza nessun rispetto per il lavoro oscuro, paziente, di tanti fotografi di reportage non illuminati dai riflettori. Sorpreso inizialmente, dopo aver visto come lavora il CPF (Centro Português de Fotografia) ho capito che qui ci tengono davvero alla memoria e semplicemente documentano con tutti i contributi che hanno raccolto, compreso il mio. Poi c’è stata la gioia di poter contribuire ad una mostra così importante, di un momento che ha segnato e cambiato la vita, me compreso.

Per quarant’anni non sei più tornato in Portogallo, perché?

Ci ho provato varie volte negli anni successivi, durante alcuni viaggi in auto nella penisola iberica ma accadeva sempre qualcosa, auto rotte, dissenterie, ecc, mi toccava tornare indietro. Nel 2004 per i 30 anni dalla Rivoluzione ero davvero depresso, avevo dovuto chiudere il piccolo studio fotografico che avevo a Siena, era un problema tornare a casa in Maremma il fine settimana, altro che Lisbona! Ma qualcosa è mutato: ho conosciuto un ragazzo giovane del mio paese innamorato del Portogallo. Laureato con una tesi su Pessoa, erasmus a Lisbona e tirocinante in una libreria in Alfama. Un giorno che era a Massa Marittima e stava tornando là per tre mesi gli ho affidato d’impulso un piccolo mazzo di stampe B/N 20×30 di quei giorni, e gli ho detto di seminarle a Lisbona dove avesse ritenuto più opportuno. Lui si è entusiasmato e le ha lasciate in varie librerie, locali, una persino su un tram dell’Alfama; mi raccontò delle persone stupite e contente, chissà che fine hanno fatto! Due anni dopo una mia amica fotografa, ma di quelle brave davvero, Ippolita Franciosi, mi invita un week end a Lisbona, ha biglietto aereo a poco, naturalmente dico sì, poi all’ultimo devo rinunciare (oramai penso fosse diventata una vera patologia, forse semplicemente avevo terrore di ritornare). Lei invece di prendersela fa una cosa molto carina, conoscendo le mie foto di allora ripercorre alcuni di quei luoghi e li fotografa, poi me le stampa e manda, così che io possa vederle, pensarci, e farle vedere al corso di fotografia che tengo all’ex OP di Siena. Passano altri anni e poi un mio amico, Dario Radi, interpellato su come ripetere l’operazione del 2004 con più costrutto, mi suggerisce il CPF. Con internet veloce è più facile, mi traduce i documenti di una trattativa seria e che dura ben due anni per far acquisire al Centro il mio reportage All’inizio del 2013 i protocolli vengono firmati, le foto acquisite e rese disponibili sul catalogo internet. Poi, sei mesi dopo mi chiedono se autorizzo a farle stampare ed esporre alla FNAC di Lisbona (una catena di negozi che operano nella vendita al dettaglio, offrendo prodotti culturali e di elettronica )… ho fatto un salto davanti al computer quando ho letto la mail, ti puoi immaginare.

Alla fine ci sei riuscito lo scorso anno, sei tornato a Lisbona.

Avevo paura di non riconoscere luoghi e spazi. Avevo paura di misurarmi col mio ricordo, avevo paura di patire una delusione forte, terribile magari. Quarant’anni erano una vita fa…invece, una sorpresa. Il Portogallo è ancora se stesso, non è irriconoscibile, non ha perso l’anima. Ho ritrovato a Lisbona tante cose e quei dettagli che avevo rimosso: pochissimi motorini, traffico che si blocca se attraversi le strisce pedonali, pasticcerie e bar dove ancora si può avere tempo, e allo stesso tempo una città vitale, giovane, aperta, combattiva. Ho scattato molte più foto di allora chiaramente, e credo mi serviranno davvero a chiudere un cerchio, nel libro che sto preparando sui miei viaggi: all’inizio fu Lisbona, poi siccome la terra gira, io son rimasto fermo a un certo punto e Lisbona è tornata da me. Quando sono arrivato alla FNAC e ho visto incorniciate ed esposte le mie foto di allora mi è passata davanti tutta una vita, in pochi minuti. Ero lì, impietrito, da solo, non sentivo più i rumori intorno, le voci, ma solo Grândola Vila Morena di José Afonso, i canti nei cortei, i nomi di allora, è stata una esperienza molto forte. Ma lì dentro in quei bianco e neri insieme ai miei amici, ero io con i miei 18 anni, che varcavo senza saperlo una delle prime linee d’ombra della mia vita, sarei ritornato diverso da quella esperienza, avrei capito quanto fosse importante fotografare, cercare di spiegarmi e spiegare il mondo.

Perché sei andato a vedere il Portogallo nel ’75, insieme ad alcuni amici e a distanza di un anno dalla Rivoluzione dei garofani?

Avevamo 18 anni e da anni stavamo rovesciando come un calzino il mondo e le nostre vite. Ed ecco che il Portogallo insorge, si libera, inizia a ribollire come noi…per quanto poveri, provinciali, decidemmo di rompere gli indugi e di unirci ai rivoluzionari di mezza Europa che raggiungevano il paese lusitano con tutti i mezzi possibili. Tra le altre cose avevo questa vecchia Yashica usata con un 50mm. Ero rimasto folgorato dalle foto di Koudelka e di Tano D’Amico. Per dire della solidarietà di allora: il nostro viaggio era il viaggio di tutto il paese, ne parlavano tutti, ne scrivevano nelle loro informative i carabinieri, se ne discuteva al bar, in piazza, e non solo a parole, il fratello di uno di noi ci prestò l’auto, gli amici fecero una colletta, i compagni di Lotta Continua pure, le nonne parteciparono con prosciutti, salami e bocce di vino, mia madre invece fece una predica a quello che pensava guidasse perché più vecchio, mentre in realtà l’unico di noi con la patente l’aveva da appena due mesi. Dei tre amici di allora, sono l’unico che è ritornato in Portogallo, penso che la paura di misurarsi col ricordo e con la loro gioventù rivoluzionaria li abbia frenati. Ricordo ancora il costo della vita basso persino per le nostre finanze ridicole, le bonarie prese in giro di alcuni che ci chiamavano turisti della Rivoluzione, e il fervore e l’entusiasmo di tante persone, ovunque si respirava l’aria della libertà, cercavo di farlo capire nelle foto, quando fotografavo bloccavo il respiro, poi, subito dopo, sorridevo immaginando il risultato.

Pubblicato su Sosteniamo Pereira (06/05/2015)

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